In questo capitolo
01La mail è il primo documento che il cliente riceve da te
Prima ancora di vedere il tuo lavoro, molti clienti vedono la tua posta: la risposta a una richiesta, un preventivo, una conferma. In quel messaggio leggono tre cose prima del contenuto: chi scrive, da quale indirizzo e dove è arrivato, nella posta in arrivo o nella cartella dello spam. Sono tre giudizi che si formano in un secondo e che pesano sull'idea che il cliente si fa dell'attività.
Prova a metterti dall'altra parte. Ricevi due preventivi per lo stesso lavoro, a cifre simili. Il primo arriva da preventivi@studiotecnicoverdi.it, nella posta in arrivo, con una firma ordinata. Il secondo da marco.verdi1987@gmail.com, e lo trovi per caso tre giorni dopo nella cartella dello spam. A chi affideresti la ristrutturazione di casa?
Per questo la mail aziendale non è «solo una mail». È l'equivalente digitale della carta intestata: uno strumento che comunica serietà se è curato, e approssimazione se non lo è.
Il problema degli indirizzi gratuiti
Un indirizzo come idraulicorossi@gmail.com o studio.bianchi@libero.it funziona, ed è comodo. Ma per un'attività ha quattro difetti precisi:
- la percezione: chiunque può aprirne uno in due minuti, quindi non dimostra niente. Un indirizzo col dominio dell'azienda dice che dietro c'è una struttura;
- la riconoscibilità: in mezzo a tentativi di truffa che usano proprio indirizzi gratuiti dal nome credibile, il cliente non ha modo di distinguere il tuo messaggio da un'imitazione;
- la proprietà: l'indirizzo appartiene al fornitore del servizio gratuito, non all'azienda. Se un collaboratore usa il suo e se ne va, si porta via anche la corrispondenza con i clienti;
- il controllo tecnico: sul dominio di un altro non puoi pubblicare i record che proteggono la tua identità. Google avverte anche che chi invia messaggi presentandosi come un indirizzo Gmail da server non di Gmail può vederli messi in quarantena dal controllo DMARC.
Cosa serve per un indirizzo professionale
Gli ingredienti sono pochi: un dominio intestato all'attività, un servizio di posta che lo gestisca (quello del fornitore dell'hosting, oppure i servizi di posta per aziende dei grandi fornitori) e la configurazione corretta dei record nel DNS. Come funzionano dominio e DNS lo racconto nel capitolo su cosa succede quando qualcuno scrive il tuo indirizzo. Qui ci concentriamo su quello che succede dopo l'invio.
Un'avvertenza su dove si appoggia la posta: come spiego nel capitolo sull'infrastruttura, sull'hosting condiviso la reputazione dell'indirizzo IP da cui partono le mail è in comune con altri siti. Per la posta aziendale conviene un servizio dedicato, che curi da sé la reputazione dei propri server.
02Il viaggio di una mail, e chi la controlla all'arrivo
Quando premi «Invia», il messaggio non va direttamente nella casella del cliente. Parte dal tuo programma di posta, passa al server di invio del tuo servizio, attraversa Internet e arriva al server di ricezione del destinatario. È lì che si decide il suo destino.
Il server di ricezione, prima di consegnare, si fa una domanda: questo messaggio viene davvero da chi dice di essere? Il campo «Da:» di una mail, infatti, si può scrivere come si vuole: è come il mittente su una busta, che chiunque può inventare. Per verificarlo, il server va a leggere nel DNS del tuo dominio tre informazioni, che sono proprio SPF, DKIM e DMARC.
03SPF: l'elenco di chi può spedire a nome tuo
SPF (Sender Policy Framework) è una riga di testo pubblicata nel DNS del tuo dominio che dice: «le mail del mio dominio possono partire solo da questi server». Il server che riceve guarda da dove arriva il messaggio e controlla se quel mittente è nell'elenco.
Un record SPF ha questo aspetto:
v=spf1 include:_spf.fornitoreposta.example ip4:203.0.113.10 -all
v=spf1dice che è un record SPF;include:autorizza i server di un servizio esterno, per esempio il fornitore della posta o la piattaforma con cui invii le newsletter;ip4:autorizza un indirizzo preciso, per esempio il server del tuo portale che manda le conferme;-allalla fine dice cosa fare con tutti gli altri: rifiutarli. La variante~allchiede solo di guardarli con sospetto.
Da non sbagliare
Il dominio deve avere un solo record SPF: due record separati invalidano il controllo. E le regole dello standard limitano a dieci le ricerche nel DNS che il controllo può fare: chi aggiunge un include per ogni servizio provato negli anni rischia di superarlo e di rendere l'SPF inutile. Ogni volta che si aggiunge un servizio che spedisce a nome tuo, l'SPF va aggiornato, e quando lo si abbandona va tolto.
04DKIM: il sigillo che dimostra che la mail è intatta
SPF guarda da dove parte il messaggio. DKIM (DomainKeys Identified Mail) guarda il messaggio stesso. Funziona come il sigillo di ceralacca su una lettera: il server di invio appone a ogni mail una firma digitale, calcolata con una chiave privata che conosce solo lui; nel DNS del dominio è pubblicata la chiave pubblica corrispondente, con cui chiunque può verificare la firma.
Se il messaggio arriva con la firma valida, il server di ricezione sa due cose: che è stato spedito da qualcuno autorizzato dal dominio, e che nessuno lo ha modificato lungo la strada. Se un pezzo del testo o dell'intestazione è stato alterato, la firma non torna più.
La chiave pubblica si pubblica in un record dal nome particolare, che contiene un «selettore» scelto dal fornitore: per esempio s1._domainkey.tuaazienda.it. Il selettore permette di avere più chiavi contemporaneamente, una per ogni servizio che spedisce, e di sostituirle senza interrompere la posta. Google indica come minimo una chiave da 1024 bit e consiglia quella da 2048.
05DMARC: le istruzioni per quando qualcosa non torna
SPF e DKIM producono un risultato, ma da soli non dicono al server di ricezione cosa fare se il controllo fallisce. È il compito di DMARC (Domain-based Message Authentication, Reporting and Conformance), che aggiunge tre cose:
- l'allineamento: perché il messaggio sia considerato autentico, il dominio verificato da SPF o da DKIM deve corrispondere a quello che il cliente vede nel campo «Da:». È il pezzo che chiude il trucco del mittente inventato;
- una politica: cosa fare dei messaggi che non superano la verifica.
p=none(solo osservare),p=quarantine(metterli nello spam),p=reject(rifiutarli); - i rapporti: con
rua=indichi un indirizzo a cui i grandi servizi di posta mandano statistiche periodiche su chi sta spedendo a nome del tuo dominio, legittimamente o no.
Il record si pubblica a un indirizzo fisso, _dmarc.tuaazienda.it, e nella sua forma più semplice è così:
v=DMARC1; p=none; rua=mailto:dmarc@tuaazienda.it
Il percorso prudente è sempre lo stesso: si parte con p=none per qualche settimana, si leggono i rapporti per scoprire i servizi legittimi che spediscono a nome tuo senza essere configurati (il gestionale, la piattaforma delle newsletter, la stampante dell'ufficio che manda scansioni via mail), si sistemano, e solo allora si passa a quarantine e poi a reject. Saltare i gradini significa rischiare di bloccare la propria stessa posta.
06Le regole di Gmail e Yahoo per chi spedisce
Per anni SPF, DKIM e DMARC sono stati «consigliati». Dal 1° febbraio 2024 Google e Yahoo, che gestiscono una parte enorme delle caselle dei consumatori, li hanno resi requisiti. Le regole distinguono fra tutti i mittenti e chi invia grandi volumi, cioè circa 5.000 messaggi al giorno o più verso i loro utenti.
| Requisito | Tutti i mittenti | Oltre ~5.000 al giorno |
|---|---|---|
| Autenticazione | almeno SPF o DKIM | SPF e DKIM |
| DMARC | consigliato | obbligatorio, anche solo p=none |
| Allineamento del «Da:» | consigliato | con il dominio di SPF o DKIM |
| DNS inverso (PTR) valido | sì | sì |
| Connessione cifrata (TLS) | sì (Gmail) | sì (Gmail) |
| Segnalazioni di spam | sotto lo 0,3% | sotto lo 0,3%; Google consiglia sotto lo 0,1% |
| Disiscrizione | buona pratica | con un clic, link visibile nel testo; Yahoo chiede di rispettarla entro 2 giorni |
Una piccola attività che manda qualche decina di mail al giorno rientra nella prima colonna. Ma conviene comunque comportarsi come se fosse nella seconda: configurare tutti e tre i record costa un'ora di lavoro una volta sola, protegge il dominio da chi vuole usarlo per truffe e mette le mail nelle condizioni migliori per arrivare.
Quiz
Chi controlla cosa
Scegli la risposta giusta: sotto compare la spiegazione.
Quale record dichiara da quali server può partire la posta del dominio?
SPF è l'elenco dei server autorizzati a spedire. MX invece dice dove si riceve la posta, non da dove parte.
Cosa dimostra una firma DKIM valida?
La firma si calcola sul contenuto: se qualcuno lo altera lungo la strada, la verifica con la chiave pubblica fallisce.
Con quale politica DMARC conviene cominciare?
Prima si osserva con i rapporti, si configurano i servizi legittimi, e solo dopo si sale a quarantine e reject.
Quanti record SPF deve avere un dominio?
Due record SPF separati invalidano il controllo: i servizi si aggiungono tutti nella stessa riga.
07La firma: obbligo di legge e biglietto da visita
In fondo a ogni mail c'è uno spazio che molti trascurano e che invece lavora a ogni invio: la firma. Ha due anime, una legale e una di comunicazione, e conviene curarle entrambe.
Quello che chiede la legge
Per le società il codice civile è esplicito. L'articolo 2250 stabilisce che negli atti e nella corrispondenza le società iscritte nel registro delle imprese devono indicare:
- la sede della società;
- l'ufficio del registro delle imprese presso cui è iscritta e il numero di iscrizione;
- per le società per azioni, in accomandita per azioni e a responsabilità limitata, il capitale effettivamente versato, come risulta dall'ultimo bilancio;
- lo stato di liquidazione, se la società è stata sciolta, e per SpA e Srl se c'è un unico socio.
La mail aziendale è corrispondenza, quindi la firma è il posto naturale per queste indicazioni. Lo stesso articolo estende l'obbligo agli spazi elettronici collegati a reti pubbliche, cioè anche al sito.
Per chi ha la partita IVA, anche da ditta individuale o da libero professionista, la regola principale riguarda il sito: l'articolo 35 del decreto sull'IVA chiede di indicare il numero di partita IVA nella pagina iniziale del sito web, e l'Agenzia delle Entrate ha chiarito che vale anche per i siti usati solo a scopo pubblicitario. Riportarla anche nella firma non è richiesto da una norma specifica, ma è la scelta più coerente: chi ti scrive trova gli stessi dati ovunque. I professionisti iscritti a un ordine verificano anche le regole del proprio ordine.
Quello che fa vendere
Oltre agli obblighi, la firma è un biglietto da visita che il cliente riceve a ogni messaggio, gratis. Una firma efficace è sobria, coerente e utile:
- nome e ruolo di chi scrive, perché il cliente sappia con chi parla;
- il nome dell'attività e un recapito telefonico diretto;
- un solo link verso il sito, o verso la pagina più utile in quel momento (prenotazioni, area clienti);
- un logo leggero, o nessuna immagine: molti programmi di posta bloccano le immagini e mostrano un riquadro vuoto;
- niente lunghi avvisi legali in maiuscolo che nessuno legge, salvo quelli davvero necessari.
Vero o falso?
Cinque convinzioni sulla posta aziendale
Per ogni frase scegli vero o falso: sotto trovi il perché.
Il campo «Da:» di una mail si può scrivere come si vuole, se nessuno lo verifica.
È proprio per questo che esistono SPF, DKIM e DMARC: permettono a chi riceve di controllare che il mittente sia autentico.
Chi manda poche mail al giorno non ha bisogno di nessun record di autenticazione.
Dal 2024 Gmail e Yahoo chiedono a tutti i mittenti almeno SPF o DKIM, indipendentemente dal volume.
Per una società la mail aziendale rientra nella «corrispondenza» dell'art. 2250 del codice civile.
È corrispondenza dell'azienda: la firma è il posto naturale per sede, registro delle imprese e, per SpA e Srl, capitale versato.
Una firma con un'immagine grande è sempre la più professionale.
Molti programmi bloccano le immagini: la firma più efficace è sobria, testuale e con un solo collegamento.
Passare subito a DMARC p=reject è il modo più sicuro di partire.
Se un servizio legittimo non è ancora configurato, le sue mail verrebbero rifiutate: si parte da p=none e si sale.
08Post, volantino ed email: tre canali, tre compiti
La posta non vive da sola: lavora accanto agli altri canali, e ognuno ha un compito diverso.
- Il post sui social è volatile: compare nel flusso, resta visibile per poche ore e raggiunge una parte del pubblico che decide l'algoritmo, come racconta il capitolo sul sito come bene di proprietà. Serve a farsi notare.
- Il volantino ben progettato è fisico e locale: resta sul bancone, sul frigorifero, in tasca, e parla al quartiere. Come si progetta e come lo si collega al digitale lo spiego per intero nel capitolo su come aprire un negozio fisico.
- L'email è diretta e personale: arriva a una persona che ti ha già dato il suo indirizzo, quando serve a lei. È il canale del cliente acquisito.
Le mail che spedisce il portale
Il modo più potente di usare l'email non è la newsletter: sono le email transazionali, quelle che partono da sole quando succede qualcosa. La conferma di una prenotazione, il promemoria il giorno prima, la ricevuta, l'avviso che l'ordine è pronto. Sono le mail più aperte e più attese, perché il cliente le aspetta: contengono un'informazione che gli serve.
Perché funzionino servono tre condizioni: un portale che le generi al momento giusto, come quello descritto nel capitolo su portali, prenotazioni e PWA; un server di invio autorizzato nell'SPF e firmato con DKIM, così non finiscono nello spam proprio quando servono; e un testo chiaro, con l'informazione principale in prima riga. Le mail promozionali, invece, seguono le regole del consenso, che spiego nel capitolo su GDPR e cookie.
Le parole del capitolo
Otto parole della posta professionale
Tocca una carta per girarla.
09Prima della firma, la partita IVA
Una posta configurata bene è pronta a lavorare: arriva nella casella giusta, si presenta col nome dell'azienda e porta in fondo i dati che la rendono un documento. Ma quei dati, il numero di partita IVA da mostrare in pagina iniziale e da ripetere nella firma, la sede, l'iscrizione al registro, presuppongono un passo che viene prima di tutto: avere un'attività registrata.
È la burocrazia che ogni nuovo professionista incontra all'inizio, e che conviene conoscere bene prima di firmare il primo preventivo. Il prossimo capitolo è dedicato proprio all'apertura e alla gestione della partita IVA: quale regime scegliere, come funziona il forfettario, quanto si paga davvero e quali strumenti servono dal primo giorno.
Mettiti alla prova
La tua posta è all'altezza dell'attività?
Domande frequenti
Perché le mail della mia attività finiscono nello spam?
Le cause più comuni sono la mancanza di SPF, DKIM o DMARC sul dominio, un server di invio con cattiva reputazione e contenuti che somigliano a pubblicità indesiderata. Si comincia controllando che i tre record siano pubblicati e corretti.
Posso usare un indirizzo Gmail per la mia attività?
Funziona, ma l'indirizzo appartiene al servizio gratuito, non comunica professionalità e non ti permette di proteggere un dominio tuo con SPF, DKIM e DMARC. Un indirizzo col dominio dell'attività risolve tutti e tre i problemi.
Che differenza c'è fra SPF, DKIM e DMARC?
SPF dice quali server possono spedire per il dominio; DKIM firma ogni messaggio per dimostrare che è autentico e intatto; DMARC verifica che il dominio del mittente visibile corrisponda e dice cosa fare dei messaggi che falliscono i controlli.
Cosa deve contenere la firma email di una società?
Secondo l'art. 2250 del codice civile, negli atti e nella corrispondenza: sede, ufficio del registro delle imprese e numero di iscrizione; per SpA, Sapa e Srl il capitale effettivamente versato; l'eventuale stato di liquidazione e, per SpA e Srl, l'unico socio se c'è.
La partita IVA va indicata sul sito?
Sì: l'art. 35 del decreto IVA chiede a chi ha la partita IVA di indicarla nella pagina iniziale del sito, e l'Agenzia delle Entrate ha chiarito che vale anche per i siti solo pubblicitari.
Le regole di Gmail valgono anche per chi manda poche mail?
In parte sì: dal 1° febbraio 2024 tutti i mittenti devono avere almeno SPF o DKIM, un DNS inverso valido e un tasso di segnalazioni di spam sotto lo 0,3%. I requisiti più stretti valgono da circa 5.000 messaggi al giorno.
Fonti
- Google, «Linee guida per i mittenti email»: requisiti per tutti i mittenti e per chi supera i 5.000 messaggi al giorno, in vigore dal 1° febbraio 2024.
- Yahoo, «Sender Best Practices»: requisiti per i mittenti e disiscrizione entro 2 giorni.
- RFC 7208, «Sender Policy Framework (SPF)»: lo standard SPF e il limite di dieci ricerche DNS.
- RFC 6376, «DomainKeys Identified Mail (DKIM) Signatures»: firma, chiavi e selettori.
- RFC 7489, «Domain-based Message Authentication, Reporting, and Conformance (DMARC)»: allineamento, politiche e rapporti.
- Codice civile, art. 2250, «Indicazione negli atti e nella corrispondenza»: le indicazioni obbligatorie per le società.
- D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 35: l'indicazione della partita IVA nella pagina iniziale del sito.
- Agenzia delle Entrate, risoluzione n. 60/E del 16 maggio 2006: l'obbligo vale anche per i siti solo pubblicitari.
Capitolo aggiornato a ottobre 2026. I requisiti dei mittenti sono quelli pubblicati da Google e Yahoo alla stessa data; per gli obblighi di legge del tuo caso specifico, il riferimento resta il tuo commercialista o il tuo ordine professionale.